La sindrome della condanna

A chi non è mai accaduto, almeno una volta. Capita di vivere una situazione estremamente difficile, problematica, e proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di trovare una soluzione per risolvere il tutto, ecco che non si intravede più nessuna via d’uscita. L’inutilità del tentativo di “fuga”, la sensazione di uno scenario impossibile da cambiare, al punto da farci considerare vano ogni sforzo e cadere in una sorta di “sindrome della condanna”.

Adesso proviamo ad ampliare il concetto fino a comprendere un’intera società. Ad esempio, prendiamo una città.

Forse è un po’ esagerato definirla in questo modo, oppure non lo è affatto: ma cosa si nasconde dietro a quel sentimento perenne di impotenza, ineluttabilità, accidia che affligge quasi sempre chi vive in città o territori difficili, martoriati? Insomma, si tratterebbe di capire da cosa scaturisce quella rassegnazione che tarpa le ali del cambiamento e stronca sul nascere persino quelle idee potenti che dovrebbero essere libere per definizione.

L’idea che se uno nasce in un posto e quel posto lo ha conosciuto sin dal primo respiro come afflitto da un certo numero di problemi, allora qualsiasi piano per cambiare le cose diventa vuoto e improduttivo. Una rassegnazione triste, la morte della speranza che è poi il carburante di ogni vita. Possiamo assistere a tantissimi casi del genere, senza bisogno di scomodare esempi di terre lontane. Soffermiamoci un attimo su alcune nostre città, o anche alcuni quartieri cosiddetti problematici. Davvero ad un primo impatto con certe realtà può sembrare che tutto sia andato perduto, per sempre.

La “sindrome della condanna” nasce quando alcuni timidi tentativi falliscono, o più presumibilmente nemmeno cominciano: di qui, a catena, arriva il distacco di istituzioni che dovrebbero tutelare e assistere ed invece si allontanano in maniera sconsiderata, spinte da una sfiducia o mancanza di volontà che come un virus infido si trasmette poi a quel corpo che infine abbandonano, triste, al suo destino.

Una comunità che perde gli appigli con qualsiasi soggetto esterno responsabile del suo futuro e sviluppo, è una comunità azzoppata, ma mai perduta. E proprio qui nasce l’equivoco alla base della “sindrome della condanna”. I componenti di questa comunità si sentono abbandonati alla deriva, scartati, e magari da così tanto tempo che perdono qualsiasi contatto con una realtà a cui poi smettono di ambire. Condannati alla marginalità, qualunque cosa accada lì fuori.

Naturalmente è un ragionamento che spesso non regge e che potrebbe essere facilmente aggirato con un approccio diverso, soprattutto a livello mentale. Una comunità a cui vengano forniti i mezzi minimi di un progresso tecnologico ormai irrefrenabile può sicuramente rompere l’isolamento, rimettersi al passo e dire la sua in un mondo globalizzato e interdipendente.

Un arsenale completo di soluzioni – che nascono all’interno della comunità stessa, dalle sue forze vitali – ed i mezzi per metterle in pratica, forniti quando non assicurati per diversi e complessi motivi: ecco gli ingredienti alla base della rinascita di qualsiasi territorio. Senza nessuna condanna e nessuna sindrome incurabile.

Solo uno sguardo attento a quello che il futuro può offrire, col passato che ormai è una vecchia storia.

 

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