La felicità è una scelta

Se siete tra quelli che pensano che la felicità sia un regalo che cade dal cielo per volontà divina, smettete immediatamente di leggere questo post. Davvero siete disposti ad ammettere che la cosa più importante della vostra vita possa arrivare per puro caso a dare un senso alle vostre giornate? No, la felicità non è qualcosa che si può affidare al gioco perverso delle probabilità, ma uno stato d’animo che si raggiunge con una presa di coscienza, tanto semplice quanto sconvolgente e coraggiosa.

La felicità è una scelta, proprio così. Ok, forse non si può scegliere di essere felici e diventarlo immediatamente, ma riflettete un attimo sulla situazione opposta: quando siete tristi e il mondo sembra essere alle prese con una gara di freccette in cui il bersaglio siete voi, avete due opzioni. Potete rassegnarvi a rimanere fermi in quella posizione e continuare a lasciare che una scarica di cose negative, dolorose, che lasciano segni e incidono carne e anima, continui a colpirvi; oppure, coraggiosamente, potete scegliere di cambiare le cose, lottare per uscire dall’oscurità e cercare di risalire in superficie, dove la luce ha molto più da offrirvi. Si tratta di una scelta di cui siete gli unici responsabili, dai rischi concreti ma con benefici potenzialmente illimitati, una sfida che dovete essere disposti a lanciare. In fondo, correre il rischio di essere felici non sarà certo la cosa peggiore che vi capiterà nella vita; passarne una buona parte lamentandovi della vostra infelicità, invece, è davvero qualcosa che sarebbe meglio evitare.

La vita è fatta di occasioni da prendere al volo, di emozioni sofferte, baci rubati e abbracci che non andrebbero mai sciolti. La felicità, di riflesso, è quel contenitore in cui poi riversiamo tutte le sensazioni che queste, e moltissime altre cose, scatenano in un punto che è esattamente al centro del vostro corpo, tra il petto e lo stomaco, poco più in basso del cuore: il punto in cui mi piace pensare che sia seduta la nostra anima, a godersi lo spettacolo delle nostre giornate. Molti di voi obietteranno che la felicità si sente nel cuore e lì ha la sua residenza principale, quando incontra l’amore e convive con esso in un’atmosfera incantata. Beh, forse è così, ma non sempre.

Vero, l’amore e la felicità sono i due pilastri sui cui costruire una vita degna di essere vissuta, ma non commettete l’errore di metterli alla pari, sullo stesso piano: la felicità molto spesso si accompagna a un amore, a volte persino a un sentimento non ricambiato, per via delle sensazioni uniche e particolari che siamo in grado di provare quando siamo innamorati; ma ricordate che si può essere felici anche senza tutto questo e che la felicità può reggersi benissimo in piedi anche da sola. Il percorso a volte non sarà per nulla facile, ma non importa: siate testardi, la vita premia sempre chi non si arrende.

Non conta la vostra età, non importa quanti anni avete perso dietro la persona sbagliata, o facendo un lavoro che odiate, o quanto tempo avete già sprecato lamentandovi sterilmente senza fare nulla per migliorare la vostra situazione. Siete ancora in tempo per osare; aspettare che tutto ciò accada per puro caso è solo una stupida perdita di tempo e non porta a nulla di buono. Vi hanno dato delle gambe per andare dove volete, un cervello per scegliere cosa è meglio per voi e delle mani per afferrare tutto ciò che desiderate: non sprecate i vostri giorni contemplando un quadro grigio, alzate lo sguardo e lasciatevi incantare dai colori, dai profumi della vita. La felicità è fatta di emozioni che vanno prima di tutto cercate, poi riconosciute e assimilate. Lasciare che tutto questo vi passi accanto nella più totale indifferenza è il più grande errore che possiate commettere.

Rischiate, scegliete di essere felici e siate pronti a tutto: in mezzo a questo “tutto”, troverete sicuramente un motivo, tutto vostro, per essere felici.

Raccoglietelo. E conservatelo per sempre.

Le nuvole combatteranno il cambiamento climatico?

Le nuvole rappresentano una grande sfida per il cambiamento climatico. Non abbiamo idea di come reagiranno al surriscaldamento del pianeta ma nascosta nell’incertezza potrebbe esserci una piccola speranza: forse, le nuvole potrebbero rallentare il cambiamento climatico e farci guadagnare un po’ di tempo per cercare di sistemare le cose.

In questo momento possediamo alcune certezze: l’anidride carbonica è un gas serra, noi ne stiamo emettendo in grandi quantità e il pianeta si sta riscaldando. Caso chiuso. Ma c’è davvero ancora molto che non capiamo riguardo ai cambiamenti climatici. In particolare, non abbiamo ancora una risposta precisa ad una domanda fondamentale: sappiamo che farà più caldo, ma non sappiamo esattamente quanto.

Per cercare di capirlo, possiamo fare affidamento su modelli climatici e simulazioni al computer, ma nessuna di queste ci darà una previsione esatta del futuro. Questo perché nessuno di questi modelli è in grado di prevedere il comportamento di una variabile: le nuvole.

Come mai accade ciò? Semplice, perché i computer odiano le nuvole. Le odiano perché sono allo stesso tempo molto grandi e infinitamente piccole: le nuvole si formano a partire da microscopiche goccioline di acqua che si condensano attorno a piccolissime particelle; ma allo stesso tempo, coprono i due terzi della superficie del pianeta. Per cui capire il comportamento delle nuvole, significherebbe esaminare il comportamento di ogni goccia d’acqua o granello di sabbia nell’intera atmosfera, e non esiste nessun computer così potente per farlo.

Davvero è un peccato che ciò accada, perché le nuvole sono estremamente importanti nel regolare la temperatura del pianeta. Se le nuvole sparissero improvvisamente, avremmo profondi cambiamenti climatici: ma senza le nuvole, la Terra sarebbe più calda o più fredda? In realtà non esiste una risposta univoca.

NASA Detailed Global Climate Change Projections

Le nuvole negli strati più bassi dell’atmosfera sono molto efficaci nel bloccare circa il 20% dei raggi solari, mentre quelle nelle parti più alte li lasciano passare indisturbati. Ma c’è anche un altro effetto da tenere in considerazione: anche la Terra emette calore, in una sorta di processo di auto-raffreddamento, e proprio le nuvole evitano che questo calore si disperda negli strati più esterni e nello spazio, giocando questa volta a favore dell’aumento della temperatura. Da qui le difficoltà nel capire l’effetto finale delle nuvole sul clima.

Al momento i due effetti non si compensano, poiché la capacità schermante è leggermente più efficace, quindi se domani dovessimo liberarci di tutte le nuvole, il nostro pianeta diventerebbe più caldo.

Ovviamente le nuvole non spariranno, ma così come tutto il resto sono destinate a vivere dei mutamenti in seguito al cambiamento climatico. E si può ben immaginare come cambiamenti nella consistenza e distribuzione delle nuvole possano avere conseguenze enormi sul clima, proprio per il doppio effetto di cui sopra.

Eccola allora la speranza: se il cambiamento climatico causasse una catena di effetti sulle nuvole, tali da aumentare la loro proprietà schermante senza influenzare la capacità di lasciar disperdere il calore al di fuori dell’atmosfera, allora questo costituirebbe un vantaggio fondamentale nella lotta al riscaldamento globale.

Ovviamente non abbiamo nessuna certezza in quanto a ciò, e potrebbe benissimo accadere il contrario, peggiorando di gran lunga la situazione. Proprio per questo, però, dobbiamo impegnarci nella ricerca, tentando di capire attraverso l’analisi dei dati e le osservazioni satellitari, se le nuvole davvero potranno essere delle alleate in questa fondamentale battaglia o un altro rischio da aggiungere alla lista.

In questa sfida epocale, nulla può essere lasciato al caso e la missione di lasciare un pianeta ed un futuro vivibile alle future generazioni passa anche da qui: prendere coscienza del cambiamento in atto ed esaminare ogni possibile variabile, ogni potenziale alleato sul cammino verso il traguardo. Chissà che le nuvole non siano alla fine la nostra – insperata – arma segreta.

 

Testo adattato da: “How will clouds change global warming?” di Kate Marvel ( http://bit.ly/2qabQtN) su www.ted.com

felicità

Quanto costa la felicità?

Io me la ricordo la felicità. Aveva il profumo del prato bagnato, della bucato di mia nonna, delle serate stellate, della coperta per terra d’estate per dormire più freschi.
Io me la ricordo la felicità, aveva il sapore di un bacio senza preavviso, di un abbraccio senza fotografia, dei sogni ancora intatti, degli amici sul muretto, dei giorni a rincorrere il vento, delle risposte senza domande, delle lettere scritte a mano.
Io me la ricordo la felicità, aveva il brivido sulla pelle, il coraggio di osare, la leggerezza negli occhi. Aveva il profumo dei capelli asciugati al sole, del sapore di acqua salata sulla pelle, delle corse sulle strade sterrate, a volere un abbraccio e a chiederne altri cento.

Quanto costa la felicità?

“Una cosa allegra, una cosa bella, la felicità.  Quando vado al mare e vengo a casa di mamma sono felice. Il sorriso” mi dice N. che di anni ne ha solo 6.

“Vorrei invitarti al mio compleanno. Lo festeggiamo qualche mese in anticipo, perché quel giorno avrò da fare”, mi dice N. che di anni ne ha qualche paio di decenni in più e che a settembre avrà da fare, forse non più su questa terra.

Le felicità costa il coraggio di chi sceglie di vivere nonostante sa che a breve dovrà morire. La felicità è negli occhi di una bambina che non si arrende e accarezza i suoi sogni e li colora con matite colorate su fogli colorati, di una vita un po’ meno colorata.

La felicità costa il sudore di combattere la morte da vivi, combattere anche per chi poi ha deciso di liberarsi e di volare in alto, oltre le parole, oltre le catene.

Siamo noi la felicità.

bellezza collaterale

Dov’è finita la bellezza?

Ci svegliamo al mattino con gli occhi già stanchi, i capelli arruffati, con il respiro in affanno, il caffè freddo della sera prima.

Accendiamo la tv, cambiamo frettolosamente canale per non ascoltare l’ennesimo attentato per mano dell’uomo contro l’uomo, l’ennesimo omicidio per amore, l’ennesima guerriglia di bandiere che sventolano sangue. Andiamo a letto chiedendoci se ci sia ancora bellezza, se ci sia ancora speranza di cambiamento, se ci sia ancora la possibilità di sognare, di innamorarsi, di costruire un futuro e di immaginarlo per i nostri figli. A volte stringiamo i pugni, piangiamo lacrime amare, ci lasciamo andare nel caldo dei nostri letti.

Poi, però, entra un raggio di sole dalla finestra e noi, figli di un società senza più una strada illuminata, ci alziamo, ci laviamo il viso con le mani, scegliamo il nostro vestito più bello e corriamo verso il mare. Il mare che tutto crea e tutto distrugge, che unisce le anime e che le anime riprende, che si confonde all’orizzonte con il cielo, il mare che ci abbraccia sempre come figli.

La bellezza collaterale: pensieri silenziosi di speranza

Non è ancora scomparsa, ce n’è e ce n’è in abbondanza ma abbiamo smesso di cercarla. La bellezza si nasconde ancora negli abbracci di una madre, nei sorrisi di un bambino che ancora chiede perché le stelle siano in cielo, nelle battaglie che non smettiamo di combattere. Nelle canzoni cantate ad un amico che è andato via senza un perché, nelle mani che stringiamo, nei diritti che difendiamo, nelle vite che salviamo.

La bellezza si nasconde nei vicoli di un paese che non abbandoniamo, in quello da cui vorremmo scappare ma da cui torniamo sempre quando abbiamo bisogno di riscoprire chi siamo. La bellezza è negli occhi che sogniamo, negli amori che osiamo rischiare, nei saccottini al cioccolato al mattino, nel profumo della terra bagnata, nelle promesse mantenute prima ancora di farle, negli abbracci inaspettati.

Dentro di noi. La bellezza è dentro di noi, anche quando le tempeste della vita vorrebbero strapparla via.

Non smettete di cercarla. Mai.

La sindrome della condanna

A chi non è mai accaduto, almeno una volta. Capita di vivere una situazione estremamente difficile, problematica, e proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di trovare una soluzione per risolvere il tutto, ecco che non si intravede più nessuna via d’uscita. L’inutilità del tentativo di “fuga”, la sensazione di uno scenario impossibile da cambiare, al punto da farci considerare vano ogni sforzo e cadere in una sorta di “sindrome della condanna”.

Adesso proviamo ad ampliare il concetto fino a comprendere un’intera società. Ad esempio, prendiamo una città.

Forse è un po’ esagerato definirla in questo modo, oppure non lo è affatto: ma cosa si nasconde dietro a quel sentimento perenne di impotenza, ineluttabilità, accidia che affligge quasi sempre chi vive in città o territori difficili, martoriati? Insomma, si tratterebbe di capire da cosa scaturisce quella rassegnazione che tarpa le ali del cambiamento e stronca sul nascere persino quelle idee potenti che dovrebbero essere libere per definizione.

L’idea che se uno nasce in un posto e quel posto lo ha conosciuto sin dal primo respiro come afflitto da un certo numero di problemi, allora qualsiasi piano per cambiare le cose diventa vuoto e improduttivo. Una rassegnazione triste, la morte della speranza che è poi il carburante di ogni vita. Possiamo assistere a tantissimi casi del genere, senza bisogno di scomodare esempi di terre lontane. Soffermiamoci un attimo su alcune nostre città, o anche alcuni quartieri cosiddetti problematici. Davvero ad un primo impatto con certe realtà può sembrare che tutto sia andato perduto, per sempre.

La “sindrome della condanna” nasce quando alcuni timidi tentativi falliscono, o più presumibilmente nemmeno cominciano: di qui, a catena, arriva il distacco di istituzioni che dovrebbero tutelare e assistere ed invece si allontanano in maniera sconsiderata, spinte da una sfiducia o mancanza di volontà che come un virus infido si trasmette poi a quel corpo che infine abbandonano, triste, al suo destino.

Una comunità che perde gli appigli con qualsiasi soggetto esterno responsabile del suo futuro e sviluppo, è una comunità azzoppata, ma mai perduta. E proprio qui nasce l’equivoco alla base della “sindrome della condanna”. I componenti di questa comunità si sentono abbandonati alla deriva, scartati, e magari da così tanto tempo che perdono qualsiasi contatto con una realtà a cui poi smettono di ambire. Condannati alla marginalità, qualunque cosa accada lì fuori.

Naturalmente è un ragionamento che spesso non regge e che potrebbe essere facilmente aggirato con un approccio diverso, soprattutto a livello mentale. Una comunità a cui vengano forniti i mezzi minimi di un progresso tecnologico ormai irrefrenabile può sicuramente rompere l’isolamento, rimettersi al passo e dire la sua in un mondo globalizzato e interdipendente.

Un arsenale completo di soluzioni – che nascono all’interno della comunità stessa, dalle sue forze vitali – ed i mezzi per metterle in pratica, forniti quando non assicurati per diversi e complessi motivi: ecco gli ingredienti alla base della rinascita di qualsiasi territorio. Senza nessuna condanna e nessuna sindrome incurabile.

Solo uno sguardo attento a quello che il futuro può offrire, col passato che ormai è una vecchia storia.

 

Cambiare è sopratutto saper rischiare

Puntare sul cambiamento richiede sempre una buona dose di coraggio.

Cambiare significa per definizione abbandonare lo status quo, mudare qualcosa per arrivare ad una situazione diversa da quella di partenza, col rischio importante che questa nuova destinazione magari non ci piaccia. Sia, insomma, differente da ciò che credevamo. E ci aspettavamo.

Ma in un’epoca in cui tutto avanza ad una velocità senza precedenti nella storia umana, dove ogni giorno un’invenzione si presenta già col rischio di diventare nel giro di breve tempo superata, il cambiamento resta l’unico modo per restare al passo sempre e comunque.

Allo stesso tempo però, non si può certo dire che ogni tipo di cambiamento sia accettabile e quindi ugualmente desiderabile: abbiamo davanti un futuro straordinariamente incerto, che si riflette nella difficoltà di attuare scelte sostenibili e concrete, in grado di assicurare una certa vivibilità negli anni a venire. Le strade che imbocchiamo adesso, le scelte che ci apprestiamo a fare, produrranno un giorno – nemmeno tanto lontano – conseguenze più o meno previsibili, ma tutte fondamentali.

Cambiamento significa coraggio, ma questo resterebbe solo una vuota dimostrazione di forza, una sterile esibizione di qualità vuote, se non si accompagnasse ad una ragionata pianificazione di ciò a cui si vuole tendere. La storia di ogni cambiamento è la storia di una sfida, di un salto coi piedi che si staccano da terra per poi atterrare chissà dove: in un punto in cui il terreno è più soffice? O, magari, più duro? E se fosse in un buco?

Questa è la percentuale di rischio che si accompagna a qualsiasi tipo di azione decidiamo di intraprendere e possiamo fare ben poco per annullarlo. Limitarlo, invece, questo possiamo.

E non si tratta solo di eliminare fisicamente quei fattori che rischiano di mettersi d’intralcio, ostacolando il successo della nostra pulsione al cambiamento, ma soprattutto di modificare l’atteggiamento mentale che quella pulsione accompagna. Quindi, di iniziare a mettere in una zona grigia, che chiameremo “dimenticatoio”, quelle parole orribili che minacciano qualsiasi aspirazione: fallimento, sconfitta, delusione.

Niente di più semplice, ma allo stesso tempo qualcosa di estremamente difficile da assimilare in maniera definitiva: puntare sul cambiamento non ci fa mai perdere; piuttosto, o vinciamo o impariamo. Tutto qui. Ogni potenziale sconfitta si può tramutare in una lezione, di cui fare tesoro per il prossimo tentativo, la prossima sfida a cui saremo inevitabilmente chiamati.

Cambiare è quindi rischiare, con coraggio, di rompere gli schemi tradizionali per poi rimetterli insieme e vedere che spettacolo producono. Uno spettacolo che possiamo benissimo immaginare a priori, ma poi quasi sempre differirà almeno un poco da quello che pensavamo. Qual è il problema in quest’ultimo caso? Assolutamente nessuno. I traguardi più belli sono quelli insperati, le conquiste migliori quelle inattese.